Dopo la pausa estiva ci si aspetta che il mondo ritorni a una auspicata normalità, che i progressi della campagna vaccinale proseguano e, come sostiene l’ultimo Randstad Workmonitor 2021, il nostro osservatorio semestrale sul mondo del lavoro, che si torni a lavorare in ufficio. In controtendenza anche alla popolarità del modello ibrido di cui si è discusso negli ultimi tempi, otto lavoratori italiani su dieci vorrebbero tornare al lavoro in presenza. Nonostante il passaggio al lavoro “smart” sia stato interiorizzato da molte aziende, la maggior parte dei nostri connazionali non vede l’ora di tornare alla propria routine prepandemica, anche se campeggia la necessità di sentirsi sicuri e vaccinati nel 71% dei casi. L’aspetto umano, relazionale, è la leva principale che muove i colleghi a voler rientrare in sede, il 57% dichiara di avere nostalgia dei rapporti interpersonali e il 23% si sente troppo isolato a lavorare da remoto. Il cambiamento, nei processi, nelle abitudini, nell’uso degli strumenti di comunicazione digitale turbano solo il 18% degli intervistati, il segno è positivo vuol dire che la reazione all’emergenza è stata pronta ed efficace, e solo il 16% considera lo smart working più “difficile” della modalità tradizionale.

La pandemia ci ha evidentemente insegnato molto; flessibilità e resilienza sono parole entrate nel nostro lessico quotidiano i cui significati hanno modificato nel profondo il nostro mindset rispetto al concetto stesso di lavoro. Abbiamo capito che “imparare” è l’attività fondamentale per reagire a un mondo che è indubbiamente mutato, e la capacità di adattarsi diventa essenziale, attraverso l’unico strumento che abbiamo a disposizione: la formazione. David Hoey, Ceo di World Skills, l’osservatorio internazionale sulle capacità professionali, sostiene che l’apprendimento deve muoversi di pari passo con la tecnologia. Il mondo del lavoro di oggi – continua Hoey a commento del report internazionale flexibility@work di Randstad, un recente approfondimento proprio sul processo di cambiamento nel mondo del lavoro dovuto alla pandemia – non è lo stesso degli anni passati, va compreso che gli attori del cambiamento siamo tutti: i lavoratori, le aziende private, i governi. Il settore formativo svolge il principale compito nella costruzione delle competenze dei singoli.

A mio avviso questo discorso è valido anche dal punto di vista dell’inclusività: la situazione globale che stiamo vivendo ha richiesto un livellamento di tutte quelle competenze base, soft e hard, necessarie per affrontare una diversa quotidianità e, in maniera più indiretta, ha favorito lo scambio di informazioni e pratiche fra le diverse generazioni che oggi popolano l’universo occupazionale predisponendo un terreno fertile per il reverse mentoring, lo scambio di competenze secondo un processo di learning by doing tra nativi digitali e senior, in una sorta di upskilling e reskilling sul campo. Non è un caso che, tornando al Workmonitor, il 57% dei lavoratori avrebbe voluto percorsi formativi relativi alle nuove tecnologie (18%), alla possibilità di migliorare le proprie competenze (18%) e a percorsi di riqualificazione professionale (17%). La risposta delle aziende è stata nel complesso positiva, Quasi metà dei dipendenti intende restare in azienda a lungo termine (48%), circa un quarto si sente motivato a essere più produttivo (24%) e il 19% a chiedere un aumento.

 

Valentina Sangiorgi – Chief HR Officer Randstad Group Italia

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