Sono sempre stato convinto che una buona reputazione sia un fattore determinante anche in termini aziendali. Non solo nei rapporti con e per il business ma anche per questioni legate all’attrattiva nei confronti dei talenti, sia per quelli in arrivo così come per quelli già presenti, come elemento di retention. Le mie convinzioni trovano fondamento nell’esperienza, nei dati, nel mercato stesso, e nei risultati della più completa ricerca al mondo sull’employer branding che Randstad conduce ogni anno. Il Randstad Employer Brand Research è uno studio rappresentativo dell’EB basato sulle percezioni di potenziali lavoratori. Quest’anno l’indagine è stata condotta su un campione di 190mila respondent in 34 paesi, solo in Italia i rispondenti sono stati oltre 6.500 intervistati su quali fossero gli elementi di maggiore attrattività di 150 aziende operanti sul territorio italiano con almeno 1000 dipendenti.

 

La lettura dei dati emersi costituisce uno spunto di riflessione sul ruolo della attrattività aziendale sia in termini di ottimizzazione del business che in termini di cultura di impresa. Lo “stare bene” in azienda, trovare un buon equilibrio vita/lavoro e un buon livello relazionale con i propri colleghi sono elementi determinanti per la scelta di un datore di lavoro e vengono addirittura prima di benefit e stipendio. Confrontando i dati del 2019 con quelli attuali, relativi al 2020, le prime cinque posizioni rimangono stabili, cioè al primo posto “buon equilibrio tra vita lavorativa e vita privata”, al secondo “atmosfera di lavoro piacevole”, al terzo “retribuzione e benefit”, al quarto “sicurezza del posto di lavoro”, al quinto “visibilità del percorso di carriera”. E’ interessante notare che, nonostante il 2020 sia stato colpito da un evento imprevisto, stravolgente e fortemente destabilizzante come la pandemia covid, la “sicurezza sul lavoro” sia rimasta comunque in secondo piano rispetto al livello di benessere psicologico garantito dal work/life balance e da una buona atmosfera relazionale.

 

Queste considerazioni comportano sicuramente una riflessione sulla quella cultura d’impresa orientata al generare valore insieme al business: una persona felice e soddisfatta del proprio lavoro rappresenta un guadagno per se stesso, per la società nella quale vive e non da ultimo produce un vantaggio anche per l’organizzazione che lo assume. Un’azienda in grado di garantire le migliori condizioni lavorative, a partire dal concetto più ampio di benessere, impiega, sempre secondo la ricerca, la metà del tempo per assumere nuovi dipendenti. Per le imprese che non godono di un brand forte il costo del lavoro è mediamente più alto del 10% e faticano enormemente a trovare le risorse giuste visto che ben il 50% dei candidati non accetterebbe di lavorare in una realtà nella quale non si riconosce, nemmeno con la promessa di stipendi più alti. A questo proposito, il 96% dei lavoratori concorda che l’allineamento dei valori personali con la cultura aziendale del proprio datore di lavoro è un elemento fondamentale per la soddisfazione dei dipendenti, e in ultima analisi, per l’ottimizzazione della qualità del lavoro stesso. Lo stesso risultato lo si ottiene anche sul fronte opposto: per l’80% dei leader aziendali un employer brand solido ha un impatto significativo sulla loro capacità di impiegare risorse di qualità. In conclusione “vince” la cultura del benessere, per la soddisfazione che genera nei lavoratori, nell’aumento della qualità del loro operato e, di conseguenza, del business.

 

Marco Ceresa – Group Chief Executive Officer Randstad

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