Si torna a parlare di nucleare per l’allarme di Chernobyl. Una conferma che solo la transizione energetica verso le vere fonti pulite – ovvero le energie rinnovabili da acqua, sole e vento – può metterci al riparo dai danni a lungo termine delle altre forme di energia.

 

Il ‘risveglio’ della centrale nucleare di Chernobyl (e l’allarme che comprensibilmente quest’episodio sta destando) riporta all’attenzione l’importanza di passare a fonti alternative che siano anche sicure e soprattutto rinnovabili, come eolico, solare e idroelettrico.

La transizione energetica, cioè l’abbandono dei combustibili fossili per la produzione di energia, si conferma la sfida ambientale più importante della nostra epoca e delle generazioni future, in quanto tutte le altre forme di produzione sono destinate a provocare danni nel breve o nel lungo termine.

Anche se il nucleare, di per sé, non produce gas serra, non è corretto considerarlo una fonte pulita, perché produce scorie che vanno gestite e i cui effetti ricadono inevitabilmente sul nostro pianeta.

Se l’ultimo allarme arriva da Chernobyl, di recente ha fatto discutere anche la decisione del Giappone di riversare nell’oceano l’acqua radioattiva necessaria al raffreddamento dei reattori danneggiati dal disastro di Fukushima. Anche ammettendo che questa soluzione sia stata ben ponderata e che verrà attuata con tutte le misure cautelative necessarie a limitarne l’impatto, è evidente che le conseguenze di un incidente nucleare sono molto onerose e che la gestione, anche ordinaria, delle scorie prodotte da un impianto nucleare porta con sé problematiche importanti.

Una vera transizione ecologica deve quindi favorire quei modelli produttivi che tengono conto sin dall’inizio di tutto il ciclo di produzione dell’energia, restando nei limiti che il Pianeta ci pone.

 

La tecnologia è matura

L’uso di fonti pulite che non producono CO2 né altri rifiuti o inquinanti ha un effetto positivo sullo stato di salute dell’aria e di tutto il pianeta, quindi anche sul benessere dei suoi abitanti.

Le condizioni tecnologiche sono ormai mature: secondo un recentissimo rapporto del think tank Carbon Tracker, il solare e l’eolico agli attuali tassi di crescita spingeranno i combustibili fossili fuori dal settore elettrico entro la metà degli anni Trenta, mentre entro il 2050 potrebbero alimentare il mondo, sostituendo completamente i combustibili fossili e producendo energia pulita a basso costo per supportare nuove tecnologie come i veicoli elettrici e l’idrogeno verde.

Uno studio che smentisce la tesi, che stava prendendo piede, secondo cui sarebbe indispensabile includere l’energia nucleare tra le fonti pulite per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi, in quanto le fonti rinnovabili non sarebbero sufficienti a raggiungere l’obiettivo di limitare a 2° C il riscaldamento del Pianeta.

 

Una questione di volontà politica

Viceversa, le vere fonti rinnovabili (che oltre a non produrre CO2 dalla combustione di fonti fossili non lasciano scorie nocive da gestire) sono sufficienti a coprire il fabbisogno mondiale.

Quindi è possibile, e anche necessario, ridurre drasticamente i consumi energetici da fonti fossili o nucleari e portare la quota di energie rinnovabili almeno al 70-85% entro il 2050, che è l’obiettivo indicato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico creato dall’ONU (Ipcc).

Quello che serve è la volontà politica per farlo. Una riprova di questa tesi è accaduta di recente negli Stati Uniti, dove l’American Petroleum Institute ha fatto sapere all’amministrazione Biden che è favorevole all’introduzione di una carbon tax. A prima vista, il fatto che la lobby più potente delle compagnie petrolifere concordi con una tassazione sulle emissioni può sembrare un paradosso, visto che il petrolio è la prima fonte mondiale di gas serra e questa tassazione potrebbe rendere le rinnovabili molto più convenienti dei combustibili fossili. È evidente che la spiegazione è un’altra: il neo-presidente Biden riportato gli Stati Uniti entro gli Accordi di Parigi e vuole che il Paese raggiunga la carbon neutrality entro il 2050. La possibilità che il nuovo presidente approvi una legislazione molto più restrittiva nei confronti delle compagnie petrolifere, ponendo degli espliciti divieti, è diventata finalmente concreta. Per questo, piuttosto che dover affrontare risoluzioni drastiche, l’API ha preferito giocare d’anticipo e dirsi disponibile a una misura fiscale meno dannosa per il settore.

Una dimostrazione che, quando le intenzioni sono chiare, le soluzioni e le strade verso la transizione energetica si trovano.

 

Simone Molteni – Direttore Scientifico di Lifegate

 

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