Il trend di invecchiamento della popolazione, e le sue conseguenze, è un argomento che ci tocca da vicino. Gli ultimi dati Istat rilevati al 31 dicembre 2020 segnalano un record nel calo demografico italiano: nascite in diminuzione e aumento dell’età media lavorativa comportano un effetto diretto sul mondo del lavoro.

Io credo che tutto questo ci ponga di fronte a una situazione che va gestita in maniera responsabile e collettiva pensando, da un lato, a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e, dall’altro, a sostenere allo stesso tempo la vita dei lavoratori senior. La formazione diventa, in quest’ottica, un’attività essenziale quando si prevede di ottimizzare le proprie risorse e di accompagnarle verso direzioni sempre più digitali e ormai inevitabili che la recente pandemia ha solo accelerato.

 

Indipendentemente dall’età anagrafica o aziendale, il talento va sostenuto e trattenuto e uno degli elementi fondamentali per ottenere risultati in tal senso passa da attività di training puntuali o continue. Dato confermato anche dalla nostra ultima ricerca, il Talent Trends Report di Randstad Sourceright che ha individuato i 10 trend nella gestione dei talenti per il 2021. Il sondaggio, condotto su 850 responsabili di funzione esperti di strategie per l’acquisizione e il trattenimento dei talenti di 17 paesi, ha evidenziato come ai primi posti vi sia, infatti, la necessità di una forza lavoro riqualificata e sostenibile.

 

Occorre, certo, continuare a investire in tecnologie migliorative e indagare quali sono le più utili e apprezzate dai talenti. In questo ambito gli HR italiani sono più attivi dei colleghi all’estero, con il 71% che sta investendo in tecnologie digitali per migliorare la talent experience sul lavoro (contro il 47% della media globale). Ma, più in generale, le aziende stanno prendendo consapevolezza dell’importanza del reskilling e upskilling per fornire alle proprie risorse le condizioni migliori per operare nelle diverse aree di business e affrontare l’evoluzione del mercato. Anche attraverso strategie di micro-apprendimento che incentivino il personale a investire in formazione in proprio o tramite piattaforme aziendali.

Ed è proprio la formazione aziendale, più che quella privata, ad essere sotto i riflettori: se il 46% del campione internazionale sta puntando sul miglioramento delle soft skill e il 43% sulla capacità di lavorare e dirigere da remoto, Il 100% dei C-level e human capital leader italiani intervistati ritiene che le aziende dovrebbero essere responsabili della riqualificazione dei propri dipendenti (+8% rispetto alla media globale). Diventa, quindi, opportuno, post pandemia, fare delle valutazioni sull’efficienza dell’organizzazione aziendale, di mappare le competenze, ridefinire i value proposition, ovvero i punti di forza che un’azienda potrebbe valorizzare, interpretare gli indizi, capire quali sono gli ambiti di intervento e tracciare così percorsi professionali di crescita o di sviluppo. Raccogliere in qualche modo l’eredità, perché no anche positiva, che questa esperienza estrema e globale ci ha lasciato. Non dimentichiamo che la ripartenza comincia dalle persone e dalla loro crescita, personale e professionale, a qualunque età e a qualunque livello.

 

Fabio Costantini – Chief Operations Officer Hr Solutions & Marketing

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