A seguito dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19, molte aziende sono state costrette a premere con più intensità sull’acceleratore della digitalizzazione.

Secondo i dati dell’Osservatorio Imprese e Covid, realizzato da Ipsos in collaborazione con Intesa Sanpaolo, Adecco, CRIET- Univ.Bicocca, quello che stiamo vivendo ormai quasi da un anno, è un periodo rischioso ma con grandi opportunità: infatti il 54% degli intervistati vede un vantaggio per la propria azienda. Queste risiedono nella possibilità di innovare il mercato e di lanciare nuovi prodotti e servizi e, in particolar modo, nella digitalizzazione.

L’apertura al cambiamento non è scontata né semplice per le aziende: infatti secondo i dati dell’Osservatorio più della metà procede in modo incrementale senza grossi strappi, mentre una minoranza si è avviata direttamente verso un cambio radicale di processi e dell’organizzazione. Permane però una sacca di resistenza del 32% che vorrebbe ritornare a gestire il proprio business come si faceva in passato.

Nelle aziende si nota come gli ambiti più tradizionali della digitalizzazione – connettività, software di calcolo e sistemi gestionali – siano ormai integrati, mentre la digitalizzazione in senso più avanzato – sviluppo di app, intelligenza artificiale, cybersecurity – vede ancora una certa impreparazione.

 

Ma quali sono le funzioni aziendali più impattate dalla digitalizzazione, hard o soft che sia?

Come è facile immaginarsi, sul fronte del marketing, l’emergenza sanitaria ha fatto fare enormi passi da giganti all’e-commerce. Questa esperienza è stata vissuta con consapevolezza e appagamento, con meno timori e titubanze soprattutto in merito ai pagamenti digitali. Saranno inevitabili cambiamenti nei canali di vendita e distribuzione e le aziende stesse si stanno in parte orientando verso il contatto diretto con il consumatore, anche attraverso le app proprietarie.

 

Ma quando si parla di trasformazione digitale, il tema del lavoro è quello che riveste un ruolo centrale.

L’irruzione del nuovo Coronavirus ha stravolto la nostra vita e le nostre abitudini. Il cambiamento nella dimensione lavorativa ha avuto un impatto molto significativo sulla nostra vita: nel mese di aprile, durante il primo lockdown, il 29% delle persone aveva sospeso il lavoro, il 24% proseguiva da casa e il 47% continuava a lavorare regolarmente. Questo rende l’idea di come ci siano condizioni differenziate: le conseguenze più gravi sembrano colpire gli autonomi, poi i dipendenti delle piccole aziende e infine i disoccupati, che vedono ritardare il loro ingresso nel mondo lavorativo.

Pur essendo da molti elogiato, lo smart working pone tanti rischi: isolamento, perdita della dimensione sociale del lavoro, compromissione del clima interno alle aziende e aumento del livello di tensione, per l’impossibilità di avere rapporti diretti con le persone.

Dal punto di vista delle aziende, un terzo ritiene che si ritornerà al modo di fare impresa pre-pandemia, mentre il 60% prevede un cambiamento graduale in merito alle modalità di lavoro. Mentre il 71% dei dipendenti italiani è convinto di poter acquisire nuove abilità se il datore di lavoro permetterà di fare corsi ad hoc.

Le sfide sono molte, ma quattro aspetti sono importanti per le aziende: avere un management credibile, mantenere una tensione etica, coinvolgere i dipendenti nei cambiamenti e fare formazione.

Lo smartworking potrebbe sfilacciare il rapporto tra dipendenti e management, quindi la tecnologia diventa il fattore abilitante per dimostrare l’attenzione dell’azienda verso i dipendenti e metterli al centro.

 

Francesca Petrella – Responsabile Comunicazione Ipsos

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